giovedì 9 marzo 2017

STUPORE E TREMORI - Amélie Nothomb

Siamo già a metà settimana, Prenditori, incredibile!
Questi giorni sono volati che è una bellezza e mi rendo conto di avere avuto pochissimo tempo da dedicare alla lettura. Non mi faccio mai mancare uno spazio per leggere tuttavia, di questo potete essere certi. Ovunque mi trovi e qualunque cosa stia facendo, per i libri riesco sempre a trovare anche solo cinque minuti. Pochi per me, ma me li faccio bastare.
Il romanzo di cui voglio parlarvi oggi è stato il mio primo approccio con Amélie Nothomb. Quando ho comprato questo libro ero in libreria a Rovigo, durante il Master, e la mia tutor-editor mi consigliava di leggere quest'autrice. Ho adocchiato il titolo sullo scaffale, l'ho preso, sfogliato e letto l'incipit. È bastato per decidermi ad acquistarlo.
Trovo che STUPORE E TREMORI sia un romanzo per tutti. La Nothomb potrebbe non essere nelle vostre corde, però questo saprà stupirvi (e farvi un po' tremare, garantito!).

STUPORE E TREMORI
Amélie Nothomb
Guanda, 2012
pp. 118 - € 9,00

Il signor Haneda era il capo del signor Omochi, che era il capo del signor Saito, che era il capo della signorina Mori, che era il mio capo. E io non ero il capo di nessuno.
Si potrebbe dire diversamente. Io ero agli ordini della signorina Mori, che era agli ordini del signor Saito, e così di seguito, con la precisazione che gli ordini verso il basso potevano saltare i gradini della scala gerarchica.
Per cui, alla Yumimoto, io ero agli ordini di tutti.
Quando si sta per leggere un romanzo di Amélie Nothomb lo si fa sempre con la dovuta cautela. La sua capacità di osservare il mondo è quella di una spettatrice acuta che, senza mezzi termini, afferra il lettore per i capelli e lo tuffa in una realtà nascosta. Quella che non ti aspetteresti e, forse, non ambiresti nemmeno a conoscere.

In STUPORE E TREMORI la Nothomb condivide la sua esperienza lavorativa in Giappone. Per lei, nata a Kobe ma di cittadinanza belga, è un po’ un ritorno alle origini, un ritorno in quella terra che l’ha vista nascere e dove sono custoditi i ricordi della sua infanzia.

La storia si svolge all’interno della Yumimoto, una multinazionale nipponica dove la giovane Amélie è l’ultima ruota del carro. L’autrice ci racconta, seppure con affettata ironia, la fatica che impiega ad ambientarsi e le difficoltà che riscontra con i nuovi colleghi.
Di questi, una in particolare sarà la sua spina nel fianco sin da subito: Fubuki Mori. Suo capo diretto in azienda, la signorina Mori è una bella senz’anima, le cui maniere “la stilizzano, facendo di lei un’opera d’arte inaccessibile all’umano intendimento”. Dedita al lavoro non-stop per amore del profitto aziendale, Fubuki pare avere un unico difetto, quello di non essersi ancora sposata all’età di ventinove anni, che per la mentalità giapponese rappresenta motivo di vergogna.

L’imperativo categorico in azienda è uno soltanto: lavorare, dovesse rendersi necessario, anche senza dormire. Amélie accetta il patto, subendo ogni sopruso da parte della signorina Mori. Prepara il caffè per i dipendenti, si specializza nell’arte di fare le fotocopie con precisione millimetrica, si occupa di tenere aggiornato il calendario in ufficio, fino a ottenere “l’incarico estremo: guardiano dei cessi”.

È una continua discesa agli inferi aziendali quella di Amélie, che basterebbe frenare rassegnando le dimissioni. Ma per i colleghi dagli occhi a mandorla la sua resa si tradurrebbe come ozio, eccola allora insistere fino alla fine con ammirevole perseveranza.
Il romanzo ci regala uno spaccato della cultura giapponese, ponendo l’accento sulle varie differenze tra Oriente e Occidente.


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