venerdì 24 febbraio 2017

CECITÀ - José Saramago

Il week-end si avvicina, Prenditori, e io non vedo l'ora di rilassarmi davanti a un buon libro.
Questa settimana, tra un impegno e l'altro, ho avuto poco tempo per dedicarmi alle letture in corso, ma conto di recuperare in fretta. Anche perché sono impaziente di leggere alcuni titoli comprati di recente, nonostante avessi promesso a me stessa di acquistare meno libri in questo 2017.
Il libro di cui vi parlo oggi è un romanzo distopico letto l'estate scorsa che è entrato dritto nella mia top ten. Sto parlando di CECITÀ di José Saramago, ormai divenuto un classico della letteratura contemporanea.
Di primo acchito la lettura può risultare disturbante (in fondo alla recensione spiego il motivo), voi però dategli una chance perché merita.

CECITÀ
José Saramago
Feltrinelli, 2013
pp. 288 - € 9,50

Degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all’interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca.
Conosciuto anche come Saggio sulla cecitàCECITÀ di José Saramago è uno dei capolavori letterari della distopia contemporanea, un romanzo che punta i riflettori sulla nostra società e sulle sue strutture di potere
Immaginate un mondo dove tutti, mano a mano, diventano ciechi. Di una cecità bianca o, come la definiscono i personaggi del romanzo, “lattea”, dal momento che aprendo le palpebre l’occhio percepisce solo il bianco. 
E non c’è cura, poiché nemmeno i medici riescono a spiegarsi il fenomeno.

Il contagio si espande a macchia d’olio come un virus, costringendo il governo a isolare i ciechi in un ex manicomio. In mezzo a loro un’infiltrata: la moglie di un oculista che si finge cieca per non abbandonare il marito. 
La prima parte della storia è ambientata qui, un ex nosocomio dove gli internati, abbandonati a se stessi, sono dimenticati anche dallo Stato e dalle istituzioni. E così si organizzano: prima in gruppi non ben definiti, poi in tante piccole realtà
Ma quando l’istinto di sopravvivenza comincia a prevalere sulla ragione e la memoria del tempo passato vacilla, ecco nascere il desiderio di dominare che si trasforma in diritto del più forte.

Il “male bianco” non risparmia nessuno, governanti e governati, poveri e ricchi, adulti e bambini. Il mondo intero è popolato da ciechi che, affamati e spaventati, minacciano, aggrediscono, uccidono. 
È la regressione della civiltà allo stato di natura hobbesiano definito bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti. È lo spirito primordiale alla sopravvivenza che annienta la ragione, spezza i legami di sangue, cancella ogni forma di amore.

Al centro del pandemonio rimane la moglie dell’oculista, l’unica a non essere stata contagiata. Lei, perla incontaminata in un mare ammalato, il Bene in mezzo al Caos. Lei che, chiamata al sacrificio, ne risponde guidando i ciechi prima fuori dall’ex manicomio, poi all’esterno, dove l’uomo si è trasformato in una bestia. E non a causa di una malattia rara e improvvisa, ma a causa di sé. 
È l’essere umano a provocare la propria cecità. Cecità è l’indifferenza del singolo di fronte alla sofferenza del prossimo, la resa dell’uomo alle seduzioni del male.

Non tutto però appare perduto. Lo stesso Saramago non respinge la possibilità di una redenzione, rimarcata non a caso dall’oculista, dalla persona che più di tutti, per professione, è tenuta a prendersi cura degli occhi (“Se mai avrò di nuovo gli occhi, vedrò veramente gli occhi degli altri, come se ne stessi vedendo l’anima”). Il paradosso sembra quasi affermare: è necessario diventare ciechi per tornare a vedere, morire per rinascere.

Il romanzo si legge tutto d’un fiato, nonostante l’autore non utilizzi la punteggiatura canonica, soprattutto nei dialoghi, e l’intero testo risulti un flusso di coscienza continuo. Non viene scandito un tempo, non è definito un luogo, non vengono dati nomi propri ai personaggi. 
Un altrove senza tempo e senza nome
C’è un pezzetto di noi in ognuno di loro, un angolo di mondo in ogni pagina.

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