lunedì 21 marzo 2011

INFINITY di Sherrilyn Keyton (Fanucci)

Titolo: INFINITY
Di:
SHERRILYN KENYON
Edizione: FANUCCI (Collana TEEN INTERNATIONAL)
Genere: ROMANZO (Urban Fantasy, Young Adult)
Anno: 2011
pp. 352


€ 16,00






Si tratta di una trilogia che però si presenta sin da subito come una specie di spin-off della nota serie
Dark-Hunters.



DALLA QUARTA DI COPERTINA

A 14 anni Nick Gautier, un ragazzo come tanti, vive nel quartiere francese di New Orleans: ama frequentare le cattive compagnie, è attratto dall’illegalità e quello che ha imparato nella vita è frutto degli insegnamenti della strada. Una notte decide di comportarsi onestamente e si rifiuta di rapinare un turista innocente: una scelta che avrà un prezzo molto alto. Nick pensa di essere ormai spacciato e che la sua vecchia squadra non ci metterà molto a mettersi sulle sue tracce... e invece, inspiegabilmente, quella che sembra la fine di tutto si rivela l’inizio di una nuova vita. Kyrian di Tracia non è solo un comandante macedone a caccia di spietati demoni, è un Dark Hunter, e grazie a lui Nick si mette in salvo e conosce un mondo di cui non ha mai immaginato l’esistenza. I nuovi nemici fanno sembrare quelli vecchi dei veri incapaci: si tratta di uccidere o essere uccisi, e Nick, nato dalla parte sbagliata, trova dentro di sé una forza inaspettata e inizia a lavorare per i non-morti che popolano il suo quartiere. Il tempo stringe, e a lui non resta che trovare qualcuno disposto ad aiutarlo nella difficile battaglia contro i demoni che non risiedono dentro di lui.

L'AUTRICE

Sherrilyn Kenyon
, nata nel 1965, ha ricevuto numerosissimi riconoscimenti, tra cui il Darrel Award e il PEARL Award per i romanzi firmati a suo nome o sotto lo pseudonimo di Kinley McGregor. Le sue opere hanno venduto più di dieci milioni di copie e sono state stampate in ventisei Paesi. Stabilmente presente ai vertici delle classifiche di New York Times e USA Today, è un’autrice ormai di culto in Germania, Inghilterra e Australia. Il suo sito internet registra 120.000 contatti la settimana.


ESTRATTO

«Sono un meganerd socialmente imbarazzante.»
«Nicholas Ambrosius Gautier! Bada a come ti esprimi!»
Nick sospirò per il brusco rimprovero di sua madre mentre se ne stava nel minuscolo cucinino di casa a guardarsi la camicia hawaiana di un arancione acceso. Già il colore e lo stile facevano veramente pena. Il fatto che fosse decorata con enormi trote (o erano salmoni?) rosa, grigie
e bianche non faceva che peggiorare il tutto. «Mamma, non posso mettermela per scuola. È veramente...» Si interruppe per pensare con impegno a una parola che non gli costasse di esser messo in punizione a vita. «Orrenda. Se qualcuno mi vede con questa addosso, diventerò
uno di quegli emarginati relegati nell’angolo degli sfigati in sala mensa.»
Come al solito lei se ne infischiò delle sue proteste.
«Oh, sta’zitto. Non c’è niente che non va in quella camicia. Al negozio di beneficenza, Wanda mi ha detto che veniva da una di quelle grandi ville giù nel Garden District. Quella camicia apparteneva al figlio di un uomo onesto e rispettabile ed è quello che sto cercando di farti
diventare...»
Nick digrignò i denti. «Preferirei essere un delinquente piuttosto che uno con cui gli altri se la prendono sempre.»
Lei trasse un profondo sospiro di esasperazione e smise di rigirare il bacon. «Nessuno se la prenderà con te, Nicky. La scuola ha un severo regolamento contro il bullismo.»
Sì, come no. E valeva quanto la carta su cui era scritto.
Soprattutto perché i bulli erano degli idioti analfabeti in grado a malapena di leggere.
Gesù! Perché lei non lo ascoltava nemmeno? Era come se non fosse lui quello che tutti i santi giorni doveva andare nella tana del lupo e affrontare la brutalità di quel territorio minato che era la scuola superiore. In tutta franchezza, era davvero stufo di tutta quella situazione e non c’era nulla che potesse farci.
Era un perdente sfigato di proporzioni epiche e a scuola tutti non facevano che ricordarglielo. Gli insegnanti, il preside, e soprattutto gli altri ragazzi.
Perché non posso semplicemente accelerare il tempo e superare di botto tutto questo incubo delle superiori?
Perché sua madre non glielo avrebbe mai permesso.
Solo i teppisti abbandonavano la scuola, e lei non lavorava così duramente per crescere un altro inutile pezzo di feccia buono a nulla; era una continua, incessante litania saldamente scolpita nel suo cervello.
La sua tiritera cominciava con: Sii un bravo ragazzo, Nicky. Diplomati. Vai al college. Trovati un buon lavoro.
Sposati una brava ragazza. Fammi un mucchio di nipotini e vai sempre in chiesa nei giorni delle feste comandate.
Sua madre aveva già pianificato tutto il suo futuro e il suo programma non prevedeva deviazioni o pause per i rifornimenti.
In fin dei conti però le voleva bene e apprezzava tutto quello che lei faceva per lui. Aeccezione di quei continui: Fa’ quello che ti dico, Nicky. Se ti sembra che non ti ascolti è perché queste cose io le so già meglio di te, che sua madre ripeteva tutto il tempo.
Non era uno stupido e non era neppure un attaccabrighe.
Lei non aveva idea di quello che subiva a scuola, e ogni volta che cercava di spiegarglielo, si rifiutava di ascoltarlo.
Era così frustrante.
Uffa, non mi può venire l’influenza suina o un’altra malattia a caso? Solo per i prossimi quattro anni, fino a quando non fosse riuscito a diplomarsi e a cominciare una vita nuova che non includesse costanti umiliazioni.
Dopotutto, l’influenza aveva ucciso milioni di persone nel 1918 e un numero ancora maggiore durante le epidemie negli anni Settanta e Ottanta. Era troppo chiedere che un’altra mutazione del virus lo colpisse impedendogli di frequentare la scuola per qualche anno?
Magari un bell’attacco di parvovirosi canina...
Non sei un cane, Nick.
Già, nessun cane si sarebbe fatto beccare morto con quella camicia addosso. Piuttosto ci avrebbe fatto sopra una bella pisciatina...
Sospirando inutilmente in preda all’angoscia, abbassò lo sguardo su quella merdosa camicia cui desiderava disperatamente dar fuoco. Okay, va bene. Avrebbe fatto ciò che faceva sempre ogni volta che sua madre lo faceva sembrare un deficiente ritardato.
Se la sarebbe tenuta.
Non voglio tenermi addosso questa cosa. Sembro un cretino colossale.
Comportati da uomo, Nick. Ce la puoi fare. Ne hai passate di peggiori.
Già, d’accordo. Bene. Lascia che ridano. Non poteva farci niente in ogni caso. Se non era per la camicia, l’avrebbero umiliato per un’altra cosa a caso. Le sue scarpe.
Il taglio di capelli. E se proprio non trovavano altre ragioni lo avrebbero canzonato usando il suo nome.
Nick il cazzone o Nicholas senza palle. Non importava ciò che diceva o faceva, quelli che lo prendevano in giro lo avrebbero preso in giro comunque. Alcuni tipi erano semplicemente costruiti male e non sarebbero riusciti a vivere senza torturare il prossimo.
Sua zia Menyara diceva sempre che nessuno aveva il potere di farlo sentire inferiore a meno che non fosse lui a permetterlo.
Il problema era che forse lui lo permetteva molto più di quanto volesse.
Sua madre poggiò un piatto blu scheggiato su un lato della cucina arrugginita. «Siediti, ragazzino, e mangia qualcosa. Ho letto su una rivista che qualcuno ha lasciato al club che i ragazzi hanno voti più alti agli esami e hanno risultati molto più brillanti a scuola quando fanno colazione.» Sorrise e gli porse la confezione di bacon perché leggesse. «E guarda. Questa volta non è neppure
scaduta.»
Nick rise, anche se la cosa non era per niente divertente.
Uno dei tizi che frequentavano il club di sua madre era il titolare di un negozio di generi alimentari, e qualche volta gli regalava la carne scaduta visto che comunque avrebbe dovuto gettarla via.
«Se ce la mangiamo in fretta non ci farà male.»
Un’altra cantilena che detestava.
Spiluccando il bacon croccante, diede un’occhiata al minuscolo appartamento in condominio che chiamavano casa. Era uno dei quattro modesti alloggi ricavati in un vecchio edificio malandato. Era composto da tre piccole stanze – la cucina-soggiorno, la stanza da letto di sua madre e il bagno –, non era granché, ma almeno era la loro casa e sua madre ne andava fiera, così cercava
di esserne fiero anche lui.
La maggior parte dei giorni.
Fece una smorfia quando posò lo sguardo sull’angolo dove sua madre aveva appeso delle lenzuola blu a una corda per ricavarne una stanza per lui il giorno del suo ultimo compleanno. I suoi vestiti erano riposti in una vecchia cesta da biancheria sul pavimento, tenuta accanto al materasso coperto dalle lenzuola di Star Wars che aveva sin dai suoi nove anni; un altro regalo che sua madre aveva rimediato in un mercatino di roba usata.
«Un giorno, mamma, comprerò una bellissima casa per noi.» Con dei mobili bellissimi.
Lei sorrise, ma i suoi occhi rivelavano che non credeva a una sola parola di quello che lui le stava dicendo.
«Lo so che lo farai, tesoro. Adesso finisci di mangiare e fila a scuola. Non voglio che ti buttino fuori com’è successo a me.» Esitò mentre un’espressione di dolore le attraversava il volto. «Sai esattamente a cosa ti può portare.»
Il senso di colpa lo trafisse come una lama. Era lui la ragione per cui sua madre aveva abbandonato la scuola.
Quando i suoi genitori avevano scoperto che era incinta, non le avevano concesso che una sola possibilità di scelta.
Rinunciare al bambino o abbandonare la sua bella casa a Kenner, gli studi e la famiglia.
Per una ragione che lui non riusciva ancora a comprendere lei aveva scelto lui.
Era una cosa che Nick cercava di non dimenticare mai.
Ma un giorno lui le avrebbe restituito tutto. Se lo meritava, e per lei avrebbe anche accettato di indossare quella camicia atroce.
A costo della vita...
E avrebbe sorriso nonostante il dolore mentre Stone e la sua cricca gli spaccavano i denti.
Cercando di non pensare alla pestata che lo attendeva,
Nick finì il suo bacon in silenzio. Magari Stone non sarebbe stato a scuola quel giorno. Poteva essersi preso la malaria o la peste bubbonica, la rabbia o qualche altra malattia simile.
Sì, che gli venga la sifilide a quel mostro viscido.
Quel pensiero lo fece sorridere mentre si cacciava in bocca una cucchiaiata granulosa di uova in polvere e la mandava giù. Si sforzò di non rabbrividire a quel sapore.
Ma era tutto ciò che potevano permettersi.
Guardò l’orologio sulla parete e balzò in piedi di colpo.
«Devo andare. Arriverò in ritardo.»
Lei lo afferrò al volo e lo strinse nella morsa del suo abbraccio.
Nick fece una smorfia. «Piantala di molestarmi sessualmente, ma’. Devo andare prima di arrivare un’altra volta in ritardo e beccarmi una ramanzina.»
Gli diede una pacca sul sedere prima di liberarlo dalla stretta. «Molestarti sessualmente. Ragazzino, non sai proprio di cosa parli.» Gli scompigliò i capelli mentre si chinava per prendere il suo zaino.
Nick infilò entrambe le braccia negli spallacci e attraversò la porta di corsa. Sfrecciò oltre la veranda fatiscente e si catapultò giù in strada, oltre le macchine scassate e i bidoni della spazzatura fino alla fermata del bus.
«Per favore, fa’ che non sia già passato...»
Altrimenti sarebbe stato condannato a un’altra strigliata della serie: Nick? Che cosa dobbiamo fare con te, brutto pezzo di spazzatura bianca?, da parte di Mr Peters.
Il vecchio lo odiava a morte, e il fatto che Nick fosse uno studente con borsa di studio nella sua altezzosa scuola per superprivilegiati lo faceva davvero incavolare.
Niente gli sarebbe piaciuto di più quanto sbatterlo fuori a calci in modo che non potesse corrompere i ragazzini di buona famiglia.
Le labbra di Nick si corrucciarono mentre si sforzava di non pensare al modo in cui quelle persone rispettabili lo guardavano come se fosse una nullità. Più della metà dei loro padri frequentava con regolarità il club in cui lavorava sua madre, eppure loro erano definite persone
perbene, e lui e sua madre erano considerati spazzatura.
Non riusciva davvero a mandar giù quell’ipocrisia.
Ma era così che andava. Non poteva far cambiare idea a nessuno.
Nick abbassò la testa e scese correndo giù per la strada quando vide l’autobus in attesa alla sua fermata.
Oh cavolo...
Prese velocità e si lanciò in una corsa a perdifiato. Raggiunse il marciapiede e con un balzo montò sul bus.
L’aveva preso giusto in tempo.
Ansimando e sudando per l’aria umida dell’autunno a New Orleans, si scrollò lo zaino dalle spalle mentre salutava il conducente. «Buongiorno, Mr Clemmons.»
L’anziano afroamericano gli sorrise. Era uno degli autisti preferiti di Nick. «Buongiorno, Mr Gautier.» Sbagliava sempre la pronuncia del cognome di Nick. Diceva
Go-chay invece della pronuncia corretta che era Goshay.
La differenza era che la pronuncia Go-chay prevedeva tradizionalmente una H dopo la T ma, come la madre di Nick diceva spesso, erano troppo poveri per permettersi anche una lettera in più. Per non parlare del fatto che uno dei parenti di sua madre, Fernando Upton Gautier, aveva fondato la piccola città del Mississippi che portava il suo nome, e in entrambi i casi, la pronuncia corretta era Go-shay. «Tua madre ti ha fatto fare di nuovo tardi?»
«Eh, già.» Nick estrasse i soldi dalla tasca e pagò rapidamente prima di mettersi a sedere. Sudato e affannato, si lasciò andare contro il sedile e trasse un respiro profondo, grato di esser riuscito ad arrivare in tempo.
Sfortunatamente stava ancora sudando quando raggiunse la scuola. Era il bello di vivere in una città dove persino in ottobre si potevano raggiungere i trentadue gradi alle otto di mattina. Cavolo, stava cominciando a stancarsi di quella tarda ondata di calore che li stava tormentando.
Fattene una ragione, Nick. Oggi non sei in ritardo. Va tutto bene.
Già, che la canzonatura abbia inizio.
Si diede una sistemata ai capelli, si asciugò il sudore dalla fronte, e si sistemò lo zaino sulla spalla sinistra.
Atesta alta, nonostante le sue sneacker e i commenti sulla sua camicia e gli aloni di sudore, attraversò il cortile e il portone della scuola con aria sicura. Era il massimo che poteva fare.
«Bleah! Che schifo! È bagnato fradicio. È talmente straccione da non avere un asciugamano? Ma i poveracci non si lavano mai?»
«Sembra come se sia andato a pescare a Pontchartrain e abbia preso all’amo quella camicia oscena piuttosto che un vero pesce.»
«È perché non poteva proprio sbagliare il bersaglio.
Scommetto che brilla perfino al buio.»
«Scommetto che c’è qualche vagabondo senza camicia là fuori che si starà chiedendo chi gli abbia rubato i vestiti mentre dormiva su una panchina. E da quanto tempo porta quelle scarpe? Mi sa che mio padre ne portava un paio simile negli anni Ottanta.»
Nick fece finta di non sentirli e si concentrò sul fatto che erano davvero degli stupidi. Nessuno di loro sarebbe stato in quella scuola se i loro genitori non fossero stati ricchi sfondati. Lui invece era uno studente con una borsa di studio. Non sarebbero neppure riusciti a fare lo spelling corretto dei loro nomi durante l’esame che lui aveva superato per entrare nella scuola.
Quella era la cosa più importante. Era molto meglio il cervello dei soldi.
Anche se, in quel momento, anche avere un lanciarazzi non sarebbe stato male. Non poteva neppure dirlo ad alta voce senza che il corpo insegnante chiamasse gli sbirri per le sue idee inappropriate.
La sua spacconeria durò giusto il tempo di raggiungere il suo armadietto, dove si attardavano Stone e la sua cricca.
Grandioso, davvero grandioso. Non potevano scegliersi qualcun altro da perseguitare?
Stone Blakemoor era proprio uno di quei tipi tremendi che davano una cattiva fama agli atleti. Non erano tutti come lui, Nick lo sapeva. Aveva molti amici che militavano nella squadra di football, starter, come minimo, e non scaldapanchine come Stone.
Cionondimeno, quando pensavi a uno di quegli atleti arroganti e stupidi il nome di Stone era perfetto per il ruolo. Stone, pietra, era il nomignolo davvero azzeccato che gli avevano dato i suoi genitori. Scommetto che sua madre sapeva sin da quando lo portava in grembo che avrebbe partorito un idiota colossale.
Stone grugnì quando Nick si fermò accanto al suo gruppo per aprire il suo armadietto. «Ehi, Gautier! Ho visto tua mamma nuda ieri sera... scuoteva il culo in faccia a mio padre per farsi mettere un dollaro nel perizoma. Gli è piaciuta molto. Ha detto che aveva un bel paio di...»
Prima ancora di poterci ripensare, Nick lo colpì violentemente sulla testa con lo zaino, più forte che poté.
E in un attimo era diventato come Donkey Kong.
«Fanno a botte!» gridò qualcuno mentre Nick stringeva
Stone in una morsa attorno alla testa e lo pestava.
Si radunò una piccola folla intorno a loro, intonando:
«Botte, botte, botte.»
In qualche modo Stone riuscì a liberarsi dalla presa e lo colpì così forte nello sterno che gli tolse il fiato. Diamine, era molto più forte di quanto sembrasse. Colpiva come un martello pneumatico.
Furioso Nick scattò verso di lui, quando uno degli insegnanti si frappose tra loro.
Ms Pantall.
La vista della sua figura minuta lo calmò all’istante.
Non avrebbe colpito un’innocente, e men che mai una donna. Lo guardò con gli occhi stretti e poi indicò il corridoio.
«In ufficio, Gautier. Adesso!»

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